Visitare gli ammalati. Se andate a cercarla tra le opere di misericordia la trovate tra quelle definite “corporali”, eppure per me questa è un’opera di misericordia che lega in sé la dimensione fisica e spirituale. Quello che state per leggere è la mia mini testimonianza in merito.

testimonianza visita ai malati

Sono Rosaria, laica associata, giornalista e saggista. Il mio mondo è lo studio, è la comunicazione e in esso ho ricavato il mio spazio di lavoro no profit, o meglio, a profitto di alcune associazioni e soprattutto della nostra Famiglia domenicana. Però… Sì, però non mi basta. 

Da sempre, forse perché da piccola sono stata toccata dalla malattia e dalla morte, forse perché sono figlia e moglie di un medico, forse perché mentre frequentavo l’università ho lavorato in una casa di cura, ho sempre sentito una sorta di pulsione ad andare a trovare persone con problemi di salute. Ma che brava! No, no, se mi fossi fermata lì avrei davvero fatto poco e, soprattutto, avrei avuto la pessima convinzione di essere stata io la protagonista di questa storia. Il protagonista è un Altro. Io sono solo uno strumento nelle sue mani e spero di essere uno strumento docile. E non è facile, perché, a volte io farei, “cose” più allegre. Prima ho contribuito a curare la mia mamma adottiva, per restare vicino a noi nel tempo. Una scelta del genere è, per il mio modo di sentire, ovvia. Il “salto di qualità” c’è stato dopo e forse lei dal cielo mi ha aiutato. 

Abitavo da otto anni nel mio attuale condominio, quando ho scoperto che una mia vicina di casa, quasi mia coetanea, aveva un tumore inoperabile al cervello. La mia conoscenza con questa persona era: buon giorno, buona sera. Stop. Dal giorno in cui ho saputo della malattia ho cominciato una lenta operazione di avvicinamento, nel giro di poco mi sono trovata ad andare da lei tutti i giorni. E’ stato allora che ho iniziato a pregare prima di salire le scale, ad affidarmi al Signore per queste piccole visite. Non andavo a curarla, era tutto già organizzato. Ad un certo punto lei ha chiesto di venire in chiesa. Era impossibile, dato lo stadio della malattia. La rincuoravo dicendo che ci andavo per lei. Le sono rimasta vicino anche nell’ultimo mese, quando era in coma. Il marito aveva accettato di chiamare, quando ancora lei capiva, un loro amico sacerdote. I suoi figli mi vedevano e vedono come una presenza amica. Quando è morta il suo vedovo, oggi mio amico, non solo ha accettato un funerale religioso, ma ha avuto la forza di far addobbare la chiesa come nel giorno del loro matrimonio.

Chaudesaigues fonte che trabocca carisma

Io non faccio parte di un’ organizzazione che segue i malati, non ne avrei il tempo e le competenze, sono una “free lance”, che, nelle emergenze, il tempo se non c’è lo inventa. Vado regolarmente da una signora che ha il marito affetto da una patologia psichiatrica e ha perso la sua sola figlia. Le telefono tutti i giorni perché, a volte, capita che nessuno si sia fatto vivo con lei. Sono stata vicino ad una amica quando suo marito si è ammalato di tumore e, come per un brutto incantesimo, sono scomparsi gli amici. Riapparsi per il funerale. Non giudico. So che la malattia fa paura. Non c’è nulla di bello in lei, spesso c’è tanta sofferenza, fino al desiderio di morire. 
La malattia, però, non esiste, nessuno ne ha mai incontrata una, esistono persone malate e non si possono abbandonare. Anche una telefonata è un dono, per un malato che è solo: ho una amica che posso veder poco e mi chiede, al telefono, preghiere. Mentre scrivo queste righe frequento in ospedale una signora anziana. In realtà io conosco bene il marito, poi lei ha detto che mi avrebbe vista volentieri. La sua vita è appesa ad un filo che si sta facendo sempre più sottile.

Prego prima di vedere ciascuno di loro e prego per loro nella messa quotidiana. Sono vicina alla loro sofferenza, ma non sono una spugna, nel senso che mantengo un equilibrato e cercato distacco emotivo, la preghiera mi aiuta anche in questo. Se mi facessi “risucchiare” dalle situazioni non sarei più in grado di dare il mio piccolo aiuto. Farei del male a me e non sarei utile a loro. Eppure, io voglio bene a queste persone, non sono una statua. Sempre più spesso mi chiedo che cosa farebbe madre Gérine? La risposta è una sola: andrebbe da loro e, ne sono certa, farebbe molto di più e meglio di me.

Gesù buon pastore

Io sono solo un piccolo strumento, il “capo” è mio fratello Gesù, vero Dio e vero uomo, “Uno” che ha sperimentato sulla sua pelle la sofferenza e la solitudine. Dono così poco e incredibilmente ricevo così tanto. A volte per qualcuno faccio una commissione, coinvolgo mio marito per una cura o per parlare con i medici, chiedo aiuto ad un amico per un piccolo servizio per loro. Non è molto, lo so, ma ringrazio Dio perché avendo questa predisposizione all’incontro, mi ha permesso di trasformarla in una scelta consapevole, non oso chiamarla una vocazione. Del resto, ve l’ho detto, davvero, sono solo un piccolo strumento….

Rosaria Marchesi

20 Marzo 2017 - Como (Italia) 

 

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