Durante l'ultimo Natale il Signore mi ha dato la grazia di fare un’esperienza nuova che mai avrei immaginato di poter fare. Da alcuni mesi faccio servizio, una volta la settimana, alla mensa dei poveri e degli immigrati assistiti dalla comunità di sant’Egidio, a Genova. Appena ho saputo che ogni anno questa comunità organizza il pranzo di Natale nelle carceri, ho chiesto alla mia comunità di poter vivere l’esperienza meravigliosa di servire i carcerati e mangiare a tavola con loro.

Ero piena di gioia e, per l’emozione, quella notte non ho dormito. Mi sono svegliata presto, mi sono preparata velocemente e, dopo la preghiera e una tazza di tè, ho salutato le suore che mi hanno dato un fraterno buon augurio per la giornata. Di corsa ho preso l’autobus e alle 9.00 del mattino ero già davanti alla porta del carcere, prima di tutti gli altri volontari e responsabili dell’organizzazione del pranzo, una cinquantina in tutto. I poliziotti, dopo aver controllato i documenti e le nostre borse, ci hanno portato in un’aula per spiegarci alcune regole da seguire durante il pranzo e ci hanno divisi in quattro gruppi di dodici volontari, uno per ogni piano di quella sezione del carcere. Io ero al piano quarto, un lungo corridoio con molte porte e piccole finestre, una per ogni cella. Con gli addobbi natalizi portati dai volontari abbiamo iniziato ad abbellire le pareti del corridoio e ad apparecchiare a festa i tavoli sistemati proprio davanti alle celle. Mentre preparavamo i tavoli, i fratelli carcerati ci guardavano attraverso le piccole finestre, allungavano le mani per salutarci e ci chiedevano che cosa avrebbero mangiato. Mi hanno impressionato i loro volti tristi.

A mezzogiorno in punto le guardie carcerarie hanno aperto le celle e i nostri invitati hanno potuto sedersi a tavola. Per ogni tavolo c’erano 12 persone tra cui una volontaria con il compito di facilitare il dialogo durante il pranzo. Accanto a ogni piatto avevamo messo un biglietto segnaposto dove ognuno scriveva il suo nome mentre diceva alcune parole di presentazione. Anch’io mi sono seduta a un tavolo insieme a Lisa, una responsabile della comunità che ogni settimana incontro alla mensa. Abbiamo cominciato il pranzo con gli antipasti seguiti da primo, secondo, dolce e frutta. Tra un piatto e l’altro i fratelli del carcere raccontavano le loro esperienze e i motivi per cui si trovavano lì: documenti falsi, rapine, spaccio ecc … Alcuni di loro non sono italiani, provengono da diversi paesi e vivono in carcere da molti anni. All’inizio il clima era troppo triste, ma piano piano si è trasformato nella gioia e nella festa. Finito il pranzo a ciascuno è stato consegnato un regalo preparato dagli amici della comunità di sant’Egidio grazie anche alla generosità di molte persone, mentre il corridoio risuonava della musica e dei canti di culture diverse così che ognuno poteva partecipare a qualche canto. Ho sentito alcuni che dicevano: oggi siamo come nella nostra famiglia. Si era creato proprio l’ambiente della festa.

La maggior parte dei carcerati di questo piano, circa 100, sono giovani tra i 20 e i 23 anni. Vivono chiusi in piccole celle, otto per cella, 24 ore su 24, e per un’ora sola al giorno possono aprire la finestra per cambiare l’aria. Vivono al buio e senza fare nulla. Mi commuovo guardando questa realtà del carcere. Vite piene di energie, chiuse dentro queste piccole stanze. Che dolore. Troppo forte. Questo pensiero mi ha accompagnata per i giorni successivi. Alcuni di loro non volevano uscire dalle loro celle per sedersi a tavola con noi, preferivano mangiare da soli. Abbiamo bussato con insistenza alla loro porta, abbiamo detto di non scoraggiarsi perché qualcuno li pensa. Questo fino a quando sono venuti a tavola e hanno condiviso il pranzo con noi. Per me è stata così forte questa esperienza che ogni volta che la ricordo, la rivivo e mi commuovo. Io ringrazio la mia comunità che mi ha dato la possibilità di fare questa esperienza e voglio chiedere a tutti voi che leggete, di ricordare nelle preghiere questi nostri fratelli. Grazie.

Sr Robina

Anch’io ho vissuto la commovente esperienza di servire e sedere a tavola con un gruppo di carcerati in una sala da pranzo che abbiamo allestito nella chiesa del carcere e che nulla aveva da invidiare a una sala di ristorante. Chi spostava i banchi della chiesa, chi portava tavoli, chi apparecchiava con tovaglie rosse, piatti e tovaglioli decorati a tema natalizio, chi metteva centrotavola sfiziosi e segnaposti su cui ogni invitato avrebbe scritto il suo nome. A mezzogiorno tutto era pronto per un centinaio di ospiti del reparto del carcere dove vivono persone psicologicamente fragili, e per una quarantina di volontari.

Io ho servito a tavola sette di loro e una volontaria capace di far parlare anche i sassi benché gli uomini del mio tavolo fossero di una vivacità sorprendente. Nessuno ha parlato dei motivi che li tengono in carcere e delle loro famiglie; hanno raccontato della convivenza nelle celle e di alcune esperienze vissute quando erano liberi. L’ambiente decorato a festa, la gioia sui volti, i regali e la musica …… tutto faceva pensare meno che a un carcere. Qualcuno continuava a ringraziare per la gioia, l’accoglienza e l’amicizia. Qualcuno ci ha detto: Ci sentiamo come se fossimo fuori e in famiglia.

Sento anch’io tanta riconoscenza per chi mi ha regalato l’opportunità di vivere la parola del Signore: Ero in carcere, triste, e tu mi hai visitato regalandomi gioia e fraternità.

Sr Laura

 

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